Play Fair 2008
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Rapporto Play Fair 2008  (31.08.07)
Sintesi del rapporto Play Fair 2008 pubblicato nel giugno 2007
Circondati da un’attenzione mediatica e di pubblico senza pari, per due settimane ogni due anni, i giochi olimpici rappresentano la vetrina commerciale più redditizia per le grandi imprese internazionali. Nel mese di agosto del prossimo anno Pechino ospiterà, nell’edizione estiva, almeno 800 mila visitatori esteri e un milione di visitatori interni, senza contare le dirette televisive, con enormi aspettative di affari fra sponsorizzazioni, accordi di licenza, e la crescita indotta del mercato dello sport, valutato un anno dopo le olimpiadi di Atene in 74 miliardi di dollari. La vendita di abbigliamento sportivo firmato è balzata solo in Cina da un valore prossimo allo zero di dieci anni fa a circa 3 miliardi di dollari nel 2005, con un tasso di incremento del 20% nelle stime per il 2006. A detta dei massimi vertici del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), i giochi di Pechino si candidano a diventare campioni di incasso nella storia delle olimpiadi. Adidas, solo per fare un esempio, si sarebbe assicurata la sponsorizzazione ufficiale pagando una cifra record di 80-100 milioni di dollari in aggiunta alle forniture delle uniformi per il personale olimpico. Il CIO ha già totalizzato 11 sponsor internazionali per un valore complessivo di 866 milioni di dollari; solo la vendita delle mascotte di Pechino 2008 dovrebbe fruttare agli organizzatori più di 300 milioni di dollari. Le cifre servono solo a dare un ordine di grandezza degli interessi commerciali che ruotano intorno ai grandi eventi sportivi, ma il corollario, la zona d’ombra nella quale proliferano i peggiori abusi – dallo sfruttamento dei lavoratori nei cantieri delle grandi opere olimpiche o nelle fabbriche produttrici di gadget e materiale per lo sport, all’impatto ambientale dei mega impianti sportivi, allo strascico di debiti addossati alle comunità locali per lunghi anni a venire – tutto questo resta confinato dietro le quinte di un palcoscenico effimero, falsamente luccicante.

Nell’inverno 2006-2007, ricercatori di Play Fair 2008 hanno condotto una serie di indagini e di interviste in quattro aziende cinesi che producono su licenza gadget, borse e berretti con il marchio olimpico, accertando situazioni scandalose: 13 ore di lavoro al giorno senza riposi né festività a fronte di retribuzioni pari alla metà dei minimi di legge, impiego di manodopera infantile, trattenute illegali, falsificazione di documenti per ingannare gli ispettori, nessuna tutela per la salute e la maternità. La Cina, che ha conosciuto uno sviluppo industriale esplosivo negli ultimi 20 anni, con investimenti esteri diretti passati da 1,8 miliardi di dollari nel 1983 a 446,3 miliardi di dollari nel 2002, conta su una forza lavoro migrante di 200 milioni di persone formata per lo più da contadini che si spostano nel sud-est del paese per lavorare nelle fabbriche per l’esportazione, privi del diritto di residenza e con questo delle relative protezioni sociali. La Cina non ha mai ratificato le convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro relative alla libertà di associazione sindacale e di contrattazione collettiva, e non riconosce il diritto di sciopero. Non sorprende pertanto che in nessuno degli stabilimenti indagati fosse presente una rappresentanza neppure del sindacato di regime, che fra le altre cose ha ammesso al suo interno i lavoratori migranti solo nel 2003.

La Cina punta sulle Olimpiadi di Pechino per aumentare il suo prestigio internazionale, promuovendo di sé l’immagine di un paese moderno, potente e accogliente, specie per chi vuole fare affari con il massimo della garanzia di qualità. Ma i maggiori vantaggi economici dall’operazione olimpiadi li trarrà il Comitato Olimpico Internazionale (CIO), proprietario dei diritti esclusivi sul marchio dei cinque cerchi, al quale il comitato organizzatore del paese ospite dovrà corrispondere la metà degli introiti frutto delle licenze commerciali, che vanno ad aggiungersi agli utili delle sponsorizzazioni e licenze dirette. A conoscenza della campagna, sono 55 le imprese alle quali è stato concesso finora il diritto di produrre merci con il logo olimpico. Per tutti questi motivi e sulla base delle enunciazioni etiche contenute nella carta olimpica, il CIO è stato fin dalla campagna di Atene sottoposto a forti pressioni da parte della Play Fair Alliance per indurlo a fare pulizia nella sua filiera commerciale, iniziando con l’inserire i diritti dei lavoratori nella carta olimpica e nei contratti, e accettando di stabilire forme di vigilanza credibili e condivise. Dopo un lungo silenzio iniziale, il CIO ha respinto le proposte della campagna addossando tutta la responsabilità delle scelte ai comitati nazionali e alla Federazione mondiale dei produttori di articoli sportivi.