Play Fair 2008
Rapporto Play Fair 2008 (31.08.07)
Sintesi del rapporto Play Fair 2008 pubblicato nel giugno 2007

Nell’inverno 2006-2007, ricercatori di Play Fair 2008 hanno condotto una serie di indagini e di interviste in quattro aziende cinesi che producono su licenza gadget, borse e berretti con il marchio olimpico, accertando situazioni scandalose: 13 ore di lavoro al giorno senza riposi né festività a fronte di retribuzioni pari alla metà dei minimi di legge, impiego di manodopera infantile, trattenute illegali, falsificazione di documenti per ingannare gli ispettori, nessuna tutela per la salute e la maternità. La Cina, che ha conosciuto uno sviluppo industriale esplosivo negli ultimi 20 anni, con investimenti esteri diretti passati da 1,8 miliardi di dollari nel 1983 a 446,3 miliardi di dollari nel 2002, conta su una forza lavoro migrante di 200 milioni di persone formata per lo più da contadini che si spostano nel sud-est del paese per lavorare nelle fabbriche per l’esportazione, privi del diritto di residenza e con questo delle relative protezioni sociali. La Cina non ha mai ratificato le convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro relative alla libertà di associazione sindacale e di contrattazione collettiva, e non riconosce il diritto di sciopero. Non sorprende pertanto che in nessuno degli stabilimenti indagati fosse presente una rappresentanza neppure del sindacato di regime, che fra le altre cose ha ammesso al suo interno i lavoratori migranti solo nel 2003.
La Cina punta sulle Olimpiadi di Pechino per aumentare il suo prestigio internazionale, promuovendo di sé l’immagine di un paese moderno, potente e accogliente, specie per chi vuole fare affari con il massimo della garanzia di qualità. Ma i maggiori vantaggi economici dall’operazione olimpiadi li trarrà il Comitato Olimpico Internazionale (CIO), proprietario dei diritti esclusivi sul marchio dei cinque cerchi, al quale il comitato organizzatore del paese ospite dovrà corrispondere la metà degli introiti frutto delle licenze commerciali, che vanno ad aggiungersi agli utili delle sponsorizzazioni e licenze dirette. A conoscenza della campagna, sono 55 le imprese alle quali è stato concesso finora il diritto di produrre merci con il logo olimpico. Per tutti questi motivi e sulla base delle enunciazioni etiche contenute nella carta olimpica, il CIO è stato fin dalla campagna di Atene sottoposto a forti pressioni da parte della Play Fair Alliance per indurlo a fare pulizia nella sua filiera commerciale, iniziando con l’inserire i diritti dei lavoratori nella carta olimpica e nei contratti, e accettando di stabilire forme di vigilanza credibili e condivise. Dopo un lungo silenzio iniziale, il CIO ha respinto le proposte della campagna addossando tutta la responsabilità delle scelte ai comitati nazionali e alla Federazione mondiale dei produttori di articoli sportivi.

